Ma quale ecumenismo?

di Aurelio Penna

Uno dei pregi delle chiese evangeliche è sempre stata la loro apertura alla discussione. Mi riferisco alle chiese storiche, perché ve ne sono altre, oppresse dall’autoritarismo e dal dogmatismo, in cui questo non avviene. Discutere non vuol dire aprire le porte all’insubordinazione e all’anarchia, ma crescere, approfondendo il confronto, la riflessione, la consapevolezza.

Tale è il caso, ad esempio, della teologia cristiana, che non può venire ridotta a raffiche di versetti, perché la Bibbia non ci dice "tutto", ma l’esenziale, cioè il progetto salvifico di Dio, lasciando ampio spazio alla ricerca da parte dell’uomo.

Oggi però la discussione, il confronto sembrano essersi spenti. E questo è un fatto molto grave: forse la crisi tanto conclamata nasce proprio da qui. Così capita di leggere sul settimanale "Riforma" degli interventi di notevole spessore, che pongono dei problemi veri, i quali nondimeno finiscono per esaurirsi in se stessi, senza riuscire praticamente mai ad aprire un dibattito. Per indifferenza? Per pigrizia? O perché tutti sono d’accordo? (impossibile!).

Riguardo alla questione dell’ecumenismo, ad esempio, sul numero del 30.3.07 è uscito un importante articolo di Giuseppe Platone: "L’ecumenismo delle candele" dove l’autore, riferendosi alla Chiesa cattolica, sostiene che "nessuna chiesa può porsi nei confronti dell’altra in una posizione di superiorità". E conclude: "Smettiamo di far finta di nulla e prendiamoci il tempo di discutere, a tutto campo, non solo di quello che ci unisce ma piuttosto di quello che ci divide".

Due anni fa sullo stesso tema era intervenuto Fulvio Ferrario (3.6.05) con un forte articolo: "L’ecumenismo del papa", che metteva in mora l’inerzia del protestantesimo europeo: "Il protestantesimo preghi, pensi, studi, discuta: ma poi dica …che cosa ritiene significhi, nella fede e nella prassi, essere cristiani nell’Europa d oggi … Se non lo fa, il messaggio cristiano al mondo lo annunzierà solo Ratzinger…".

Discutere senza timore

Dunque: l’ecumenismo. Proviamo a riprendere l’argomento e a discuterne. Anzitutto va ricordato che il movimento ecumenico è nato in ambito protestante. La cosa è importante non certo per una orgogliosa e sterile rivendicazione di primogenitura, ma perché l’obiettivo conclamato fin dalle origini era quello di mirare alla ricomposizione dell’unità fra tutte le chiese cristiane del mondo della Riforma, partendo dal presupposto della più assoluta parità tra di esse ed escludendo ogni possibile egemonia.

Il primo appuntamento consapevolmente ecumenico avvenne nel 1910 a Edimburgo, dove si stabilì che non si chiedeva ai cristiani di altra confessione né di convertirsi singolarmente, né di ritornare a una qualunque chiesa madre. Si ritenne invece che il ristabilimento di una piena comunione poteva essere il frutto di un cammino comune di tutte le chiese e di tutti cristiani che accettano di coinvolgersi.

Con la creazione nel 1948 del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC o WCC: World Council of Churches), avvenuta ad Amsterdam, presenti 147 chiese di 44 paesi (evangeliche e ortodosse), il movimento ecumenico passava dalla fase pionieristica e delle adesioni individuali al coinvolgimento delle chiese come tali.

Venne stabilito che l’adesione di una chiesa comportava il diritto di conservare la propria ecclesiologia, riconoscendo nel contempo come chiesa le altre chiese associate.

Il nuovo clima determinato dal Concilio Vaticano II ebbe tra i suoi effetti quello di accostare la Chiesa cattolica al movimento ecumenico, entrando in relazione con il CEC, ma solo come osservatrice.

La grande suggestione di un progetto unitario ha coinvolto profondamente l’universo cristiano. Per questo la Chiesa di Roma ha fatto proprio il disegno proposto dall’ecumenismo, quasi fosse una sua invenzione, assecondata dalla supina condiscendenza – e ignoranza – dei mass media.

Ma quale ecumenismo? Certamente non quello che postula una base egualitaria tra le varie chiese, tanto è vero che Roma continua a ritenere di essere essa sola la vera chiesa: le altre vengono definite semplicemente "comunità ecclesiali". Quello della gerarchia romana non è ecumenismo, ma imperialismo.

Un momento di obiettiva difficoltà

Non esiste quindi, allo stato, una situazione di parità e il processo ecumenico soffre per tali riserve mentali e per quella che è sostanzialmente una mancanza di lealtà e di fraternità.

Il lavoro sin qui svolto in campo ecumenico – si parla dei rapporti tra chiese evangeliche e chiesa cattolica - deve quindi essere considerato come un fatto negativo?

Certamente no. Nonostante la pesantezza della situazione sottostante, sono stati compiuti considerevoli passi avanti, attraverso il lavoro congiunto della Conferenza delle Chiese Europee – KEK(cui aderiscono le chiese protestanti) e il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee – CCEE, di matrice cattolica). Si sono affrontati temi di rilievo: da problematiche strettamente teologiche di non poco conto, all’idea di diaconia nel mondo, all’impegno anticoloniale e antirazzista, contro la povertà nei paesi in via di sviluppo, contro l’armamento nucleare, per il problema ecologico. Le due assemblee europee degli scorsi anni (Basilea e Graz) hanno costituito tappe significative, insieme ad un vasto lavoro portato avanti da numerose commissioni miste e alla Carta Ecumenica, le cui linee indicative saranno utilizzate per la terza assemblea europea, in preparazione a Sibiu.

L’ecumenismo quindi è un fatto positivo, ma a patto che vengano salvaguardati determinati presupposti di parità e rispetto reciproco. L’ecumenismo tuttavia non deve essere occasione e pretesto per rinunciare a un intenso lavoro di evangelizzazione e insieme di proposizione del punto di vista protestante, non deve significare l’accettazione di compromessi e cedimenti per accontentare la controparte.

La buona creanza e la diplomazia tra istituzioni religiose non devono prevalere e neppure il moderatismo. Senza per questo assumere posizioni settarie, occorre sottolineare con forza che la fede cristiana è plurale, che ciascuna chiesa non basta a se stessa. e che le rappresentazioni simboliche identitarie sono relative. Soprattutto che nessuno ha l’esclusiva di Dio e di Gesù Cristo.

Testimoniare l’Evangelo non può mai essere "politically correct", anche perché solo la radicalità evangelica converte le persone.

Un cattolicesimo sulla difensiva

Non c’è dubbio che oggi le gerarchie cattoliche, a livello mondiale, sono preoccupate per la costante erosione delle loro posizioni e del loro potere, sia sul piano religioso che civile. Questo fatto da un lato le porta a cercare aperture verso altre fedi, nel tentativo di costruire un argine contro il montante materialismo e il sempre crescente secolarismo; dall’altro però, temendo di perdere la propria identità, esse tendono a chiudersi sulla difensiva, ad essere sostanzialmente ostili nei confronti del diverso, a riaffermare orgogliosamente i propri caratteri distintivi.

Differente l’atteggiamento della base cattolica, che mediamente non sembra soggiacere a questo tipo di preoccupazioni e, al contrario, risulta piuttosto interessata e aperta all’incontro e allo scambio, nei quali vede l’opportunità di un arricchimento e di un rinnovamento.

Nel dialogo ecumenico occorre non perdere di vista questa realtà. Il problema è di valutare quanto tale base è autonoma rispetto alle gerarchie e addirittura quanto essa è in grado di influire su di esse, disincrostandole dalla loro supponente staticità.

Sono proprio le caratteristiche e la potenzialità della base cattolica che meritano una riflessione.

Secondo le statistiche, i nostri connazionali, nella stragrande maggioranza, sono cattolici. E sta bene. Ma cosa significa ciò?

A differenza di quanto accade nei paesi anglosassoni, da noi la cultura sedicente laica, per radicata inerzia intellettuale che deriva dalla sua formazione positivista, non ha alcun interesse per il fenomeno religioso in quanto tale. Essa, in primis la sinistra, è estremamente interessata invece alla Chiesa cattolica in quanto struttura di potere: per questo cerca costantemente di ingraziarsela ed è sempre pronta ad ossequiarla, andando anche al di là dei limiti della decenza. Restano emblematiche le lodi che qualche anno fa Massimo D’Alema ha intessuto a favore di Escrivà de Balaguer, quando questi venne proclamato santo in Vaticano; fingendo di non sapere che il fondatore dell’Opus Dei rimane una delle figure più discutibili ed equivoche, per le sue posizioni ultrareazionarie e l’amicizia col dittatore fascista Francisco Franco.

La cattolicità degli italiani

Dunque l’italiano medio è cattolico. Ma in che senso? Chi tale si proclama, anche se non è

praticante o addirittura non ha alcun interesse religioso, probabilmente vuole soltanto affermare che crede in Dio. Anche perché un autentico cattolico dovrebbe invece per prima cosa essere fedele ai dettati della gerarchia. Però, tanto per fare un esempio, quanti sono i cattolici che obbediscono al papa in materia di etica sessuale?

I timorosi e ipocritamente ossequienti laici di casa nostra dovrebbero ricordare che, una trentina di anni fa, due importanti referendum hanno confermato le leggi sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza: e questo grazie ai voti dei "cattolici", che non hanno tenuto in alcun conto le minacciose e pesantissime pressioni vaticane.

Dunque, per fortuna nostra e di tutti, in Italia esiste una forte presenza di cattolici dotati di spirito critico e di autonomia, che obbedisce alla propria coscienza piuttosto che al papa.

E’ con questi cattolici, in mezzo ai quali è anche ben radicato il "basso clero", che è possibile e produttivo portare avanti un serio lavoro ecumenico.

Ed è presso questi cattolici che possiamo trovare solidarietà di fronte a certe prevaricazioni ufficiali.

Però dobbiamo saper usare i mezzi adatti.

Quali mezzi?

Ogni tanto accade di leggere su "Riforma" delle accorate "lamentazioni" di fronte a soperchierie subite. Di recente (23.3.07) un articolo - significativamente intitolato "Giocando sulle parole non si fa ecumenismo" - lamentava che il vescovo di Venezia, Angelo Scola, durante un sermone ecumenico aveva arbitrariamente manipolato un testo già concordato e, parlando delle chiese evangeliche, aveva sostituito la dizione "chiese" con "comunità ecclesiali".

Ora è giusto che questi soprusi vengano denunciati anzitutto sulla nostra stampa. Però la diffusione di essa è praticamente limitata a un ambito interno, per cui l’efficacia di una denuncia è pressoché nulla.

Anche se i mass media continuano ad ignorarci, attualmente esiste la possibilità di farsi sentire in maniera molto efficace: e proprio in ambito cattolico. Sono molti gli organi di stampa, e oggi soprattutto i siti internet, aperti ad accogliere con simpatia le nostre rimostranze, anche perché in Italia è presente un cattolicesimo vivo, spesso estremamente critico nei confronti delle gerarchie.

Dobbiamo imparare a gestire la comunicazione e ad approfittare di tutti i mezzi disponibili, puntando anzitutto sulla base cattolica dissenziente.

Va detto, anche se superfluo, che nostro intento non è quello di promuovere il frazionismo in ambito cattolico. Quello che chiediamo è rispetto e lealtà reciproci: grande gioia è per noi riuscire a dialogare con la Chiesa cattolica tutta intera, base e vertici.

L’ecumenismo è un’occasione, una sfida del nostro tempo che dobbiamo cogliere, scambiandoci i doni "per il bene comune" (1 Corinzi 12:7), parlando con franchezza di quello che ci unisce e di quello che ci divide.

Certamente l’ecumenismo può solo venir concepito come fedeltà assoluta alla Parola, intorno alla quale occorre essere sempre pronti a confrontarsi e, quando occorre, scontrarsi.

 

Luglio 2007