Ecumenismo: punto e a capo

di Aurelio Penna

Tanto tuonò che piovve. Dunque lo strappo c’è stato. E’ il caso di dire:"finalmente" ? Non potrebbe essere uno di quei casi in cui, quando la situazione deraglia, Dio interviene per rimettere le cose a posto? Per liberarci da freni e intoppi che oscurano la possibilità di testimoniare l’Evangelo?

Noi protestanti a certi strappi, anche dolorosi, abbiamo fatto il callo. Non solo la Grande Riforma del XVI secolo, ma tutti i successivi Risvegli che dopo di allora si sono manifestati, allorché la situazione diveniva insostenibile e c’era bisogno di fare chiarezza per ritrovare la strada.

In una parte importante del protestantesimo, quello istituzionale delle chiese storiche, questo è certamente un brusco risveglio, ma salutare. Ci si era illusi sull’impossibile.

Erano anni che si tirava avanti stancamente, tra delusioni e frustrazioni, fingendo spesso di non vedere, esprimendo con voce flebile il nostro disagio, sperando che prima o poi le cose si sarebbero aggiustate: come accade quando ci si ostina a non voler riconoscere che un amore è finito. Alla resa dei conti, la parte più forte della "strana coppia", quella cattolica, ha deciso di rompere. Ponendo cinicamente delle condizioni che nessuna persona sana, per quanto "innamorata", potrebbe accettare.

Finalmente chiarezza

Grazie dunque al papa e alla Congregazione per la dottrina della fede. Hanno preso una decisione che da tempo sarebbe toccata a noi, ma per la quale ci è sempre mancato il coraggio. Per continuare con la metafora dell’amore finito, oggi noi ci sentiamo incerti e turbati, ci lecchiamo le ferite: ma ci sentiamo anche più liberi, ci sentiamo finalmente noi stessi.

Non dimentichiamo che il movimento ecumenico era sorto, a cavallo del XIX e del XX secolo, all’interno del protestantesimo. Quindi all’interno di un mondo che, al di là delle differenze, era – ed è sempre più – omogeneo. Suo obbiettivo era, ed è, quello di mirare alla ricomposizione dell’unità fra tutte le chiese cristiane del mondo della Riforma, partendo dal presupposto della più assoluta parità tra di esse ed escludendo ogni possibile egemonia.

E i risultati certamente non sono mancati. Numerose chiese, in ogni parte del mondo, si sono integrate, dando vita a organismi unitari; tutte le altre, pur mantenendo la propria autonomia, hanno stretto tra loro i legami, creando istituzioni comuni che le rappresentano e che hanno operato in modo incisivo nella vita della chiesa e della società.

Ad un certo punto, sull’onda del profondo rinnovamento interno propugnato dal Concilio Vaticano II , la Chiesa cattolica si è accostata al Movimento ecumenico. Ma, bisogna dirlo, fin dall’inizio in maniera altezzosa, mantenendosi orgogliosamente da parte, rifiutando di porsi su un piano ugualitario e scegliendo il ruolo di semplice osservatore.

Le chiese protestanti hanno generosamente accolto la nuova venuta, accettando l’asimmetria della relazione, sperando che col tempo la situazione si sarebbe evoluta e accontentandosi di quel poco o tanto che era possibile fare insieme. Per la verità la situazione si è evoluta, ma in senso negativo, con la messa in soffitta di tutto quanto di nuovo il Concilio aveva avviato e promesso.

Restano le mummie di alcune dichiarazioni di principio comuni, che al momento apparivano piene di promesse, ma che ora nei fatti sono state svuotate di ogni significato dalla pretesa egemonica e non negoziabile di una delle parti.

Un’avventura costata cara

Qual è stato l’impatto della passata esperienza sulle chiese evangeliche?

Per quanto riguarda quelle carismatico-pentecostali, direi pressoché nulla. Generalmente esse si sono tenute in disparte e solo in tempi recenti si ha notizia che alcune di esse, a livello locale, abbiano preso pare ad incontri con cattolici, spesso accanto ad altre chiese evangeliche. In ogni caso questi rapporti non hanno mai inciso sulla linea strategica tenuta dai carismatico-pentecostali, i quali, senza prendere posizione né pro né contro la Chiesa cattolica, anzi praticamente ignorandola, hanno continuato imperterriti la loro testimonianza biblica.

Differente la situazione per quanto riguarda le chiese storiche: esse si sono spese molto sul fronte ecumenico, sviluppando intesi legami coi cattolici, sia a livello di base che di vertici., sempre attente a non debordare dal politically correct. La principale preoccupazione sembrava quella di essere accettati dalla Chiesa cattolica, adeguandosi con prudenza al suo linguaggio e ai suoi metri di valutazione.

Questo ha comportato la rinuncia di ogni atteggiamento competitivo, il che si è tradotto praticamente nella rinuncia ad un impegno di evangelizzazione in profondità.

Perché un’opera di evangelizzazione sia in grado di promettere dei risultati è opportuno rivolgersi, anziché a un pubblico generico (e per gran parte indifferente) ad uno già sensibilizzato sul piano religioso. Siccome l’ambiente culturale entro il quale ci muoviamo è cattolico, ne deriva che è possibile proporre una offerta religiosa solo caratterizzandoci in antitesi al cattolicesimo.

Evangelizzazione a parte, qui emerge il nodo dell’insignificanza del protestantesimo nel nostro Paese. Non esiste alcuna congiura del silenzio da parte dei mass media nei nostri riguardi, come qualcuno afferma per cercare di consolarsi.. La realtà è che all’esterno appariamo senza volto, non abbiamo una fisionomia riconoscibile, non forniamo di noi immagini attraenti, in grado di coinvolgere, o anche solo incuriosire, gli altri, non sappiamo proporci con forza come alternativi. Siamo desolatamente grigi.

Ritrovare noi stessi

"Pareva una iattura, ed era una fortuna", dice il Vico. E noi, come cristiani, a fronte di quanto è accaduto possiamo dire: "Forse questa è una benedizione, perché ci dà l’opportunità di ripensare noi stessi e la nostra fede".

Liberi da condizionamenti e pressioni esterne, da preoccupazioni di facciata, possiamo guardarci dentro prendendoci tutto il tempo che occorre, lasciando finalmente alle spalle un certo relativismo che serpeggia tra noi (e non si tratta solo della pastora statunitense che si dice anche musulmana!). Possiamo confrontarci col Simbolo apostolico e con le confessioni di fede espresse nei secoli passati dalle nostre chiese, giungendo magari alla conclusione che esse non sono più attuali e che vanno "aggiornate". Possiamo chiederci chi è per noi veramente Gesù, quale valore ha veramente per noi la Parola. Che cosa significa nel modo d’oggi essere cristiani. (Ne riparleremo).

Il principale errore del passato nel gestire i rapporti ecumenici è stato quello di privilegiare quelli con le istituzioni. Nessuna meraviglia quindi che, alla resa dei conti, l’istituzione cattolica ribadisca la propria unicità. Pensavamo davvero che la Chiesa romana sarebbe stata disposta a "sciogliersi" in un abbraccio con noi e con tutti quelli che in qualche modo si richiamano al Cristo?

Del resto, siamo onesti: da parte nostra abbiamo sempre pensato – senza avere il coraggio di dirlo – che quella romana non è una chiesa autenticamente cristiana. E ciò per tutta una serie di primarie e valide ragioni: il papato e la gerarchia, la Tradizione, la preminenza della Chiesa sulla Parola, per non parlare di tutta una serie di assunti teologici che non hanno alcun fondamento biblico.

Nuovi percorsi per l’ecumenismo

Abbandonare dunque ogni prospettiva ecumenica? Certamente no. Ripartire invece su altre basi e anche con altri interlocutori.

Nei confronti della gerarchia non ci lasceremo andare all’anticlericalismo. Clericalismo e anticlericalismo non sono categorie religiose, ma politiche, riguardano la società civile.

Saremo sempre aperti al dialogo e al confronto, tenendo presente che gli interlocutori sono entità diverse, molto diverse e che quanto è possibile condividere non mette in discussione l’identità di ognuno.

Ma il vero dialogo – quello costruttivo, ricco e sincero – sarà con la base cattolica. Che è qualcosa di estremamente diverso dalla gerarchia

Lo straordinario miracolo degli ultimi decenni è stato la scoperta della Bibbia da parte della base cattolica: l’amore travolgente per la Scrittura. Non che in passato tale base fosse completamente digiuna in questo campo. Solo che la Bibbia veniva molto prudentemente gestita dal Magistero, che la passava centellinata in dosi omeopatiche e soprattutto rigorosamente inquadrata dalla propria interpretazione.

Non si può incatenare la Parola

Oggi non è più così: la base cattolica tende sempre più a vivere l’esperienza di questo incontro con la Bibbia rivendicando una propria autonomia, di accesso e di giudizio. Certo il fenomeno è, dal punto di vista quantitativo, ancora agli inizi; ma tutto lascia pensare che esso sia ormai inarrestabile ed in continua progressione.

La porta dell’ovile è stata spalancata e sarà impossibile rinchiuderla. Non occorre molta fantasia per immaginare che le gerarchie romane non siano entusiaste di questo processo (così come dello sviluppo del movimento carismatico interno) e si sforzino di mantenerlo quantomeno sotto controllo, elevando muri di contenimento, come sta accadendo in questi giorni. Anche perché – ne sono convinto – ad accendere ed alimentare questa passione della base cattolica non sono stati ininfluenti gli incontri con il mondo protestante.

Oggi la base cattolica appare  molto aperta all’incontro e allo scambio, e ben determinata a rivendicare e difendere la propria autonomia di giudizio, andando talora decisamente contro le direttive vaticane. E non soltanto da ora: è grazie ad essa che, ben trent’anni fa, sono passati i referendum a favore delle leggi sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza.

E’ con questi cattolici, laici e sacerdoti, che è possibile rilanciare l’ecumenismo su basi nuove.

Svincolati da preoccupazioni diplomatiche e di etichetta, dobbiamo sostenere con chiarezza le nostre posizioni, che non possono essere altro che quelle della Riforma. In un clima di sincerità e lealtà è possibile così trovare punti d’incontro e anche di rispettosa contrapposizione dialettica.

Avendo ben chiaro che non vogliamo convertire nessuno alle nostre chiese, ma che dobbiamo convertirci tutti, noi e loro, alla verità dell’Evangelo. Il punto di riferimento non può che essere la Bibbia.

Ecumenismo tra protestanti

Se è importante il confronto ecumenico con i cattolici, tanto più lo è quello tra protestanti. Non è

una scoperta dire che tra le chiese storiche e quelle pentecostali esiste un muro di ghiaccio. Nonostante un basilare patrimonio comune: la Bibbia come unica autorità normativa in materia di fede; la centralità della persona di Gesù Cristo; la chiesa come comunità di credenti che, rifiutando la distinzione tra sacerdote e laico,  si riconoscono uguali fra loro, sulla base del "sacerdozio universale".

Certo, il nucleo della questione sta nel modo in cui si legge la Bibbia e quindi nelle implicazioni che se ne desumono. Non è poco, ma non è neppure così determinante: in fondo il cristianesimo è sempre stato plurale.

Il vero problema sono i pre-giudizi che, su entrambi i fronti, esistono nei confronti dell’altro. Di più: il vero problema è l’orgoglio, la mancanza di amore, di empatia, il non voler aprioristicamente riconoscere l’onestà e la buona fede dell’altro (senza di che ogni dialogo è impossibile).

Oggi questo ghiaccio incomincia lentamente a sciogliersi, anche se in misura ancora molto marginale. Per superare le incomprensioni, quantomeno per riconoscersi nella diversità, occorre incontrarsi, parlarsi. E non, come si è quasi sempre fatto finora, attraverso ristrette e dotte commissioni di teologi specialisti. Ma con incontri e frequentazioni di base, condividendo anzitutto la preghiera e l’adorazione, parlando e confrontandosi. I problemi senz’altro ci sono, ma occorre avere la volontà e la generosità per superarli. (Anche di questo riparleremo).

 

Settembre 2007